Errata Complice è la terza raccolta di Stefania Giammillaro, che segue quella precedente dal titolo L’ottava nota (edizioni Ensemble), che ho avuto il piacere di presentare nel 2022 a Roma. Come già dissi a Stefania leggendo la prima raccolta, la sua è una scrittura profondamente radicata nella sua terra ed anche profondamente femminile, nel senso più viscerale e universale del termine. In questo libro, che rispetto al precedente ci mostra una scrittura più consapevole e matura, frutto probabilmente di un lavoro più profondo e consapevole sul verso basato anche sulle tante letture e frequentazioni con i testi poetici avute negli anni, la Giammillaro raggiunge un punto di non ritorno e afferma la sua peculiarità: riuscire ad esplorare l’animo femminile nelle sue profondità più intime con uno sguardo attento e una scrittura elegante e ferma.
Il libro si articola in tre sezioni più un epilogo. I titoli delle sezioni richiamano concetti del cristianesimo che conosciamo bene: Il peccato, La colpa, Il perdono. Già dal titolo capiamo che è accaduto un fattaccio, che la Giammillaro ha dovuto prendere consapevolezza di qualcosa, dopo averla vissuta e attraversata. Il tema di fondo è il racconto di una relazione sentimentale tossica di cui lei è erratamente complice scegliendo il ruolo della vittima. Non si è mai consapevoli del ruolo che si sceglie, la consapevolezza arriva sempre dopo. Le poesie raccontano questo vissuto, analizzano sentimenti e vicende in modo quasi chirurgico pur restando spesso nel modus simbolico della metafora e dell’allusione, del detto non detto. Poche volte c’è la realtà nuda e cruda, che viene fatta intuire ma mai espressa esplicitamente, probabilmente, come scrive anche la Alaimo nella bellissima prefazione, anche per una forma di pudore.
Il peccato, la prima sezione. Il peccato di amare, di essersi innamorata di qualcuno che forse non sa amarla dell’amore non ricevuto/hai pagato pegno/ […] dell’abuso/hai chiesto perdono/ confessando peccati mai commessi, un peccato inconsapevole che l’autrice racconta con dolore e tenerezza verso se stessa. Un peccato che prova a spiegarsi tornando alla sua infanzia, al ruolo della donna in quella sua terra, la Sicilia in cui è cresciuta, dove le donne sono pesci rossi nelle bocce di vetro, come lei pesce rosso/con diritto di parola. O che forse nasce da una fragilità delle donne che amano troppo, che cercano l’amore anche dove non può esserci provo ad indovinare il tuo amore/in un gioco di scatole cinesi.
La poesia della Giammillaro ricorda molto sia nella forma che nei contenuti la poetica di alcune poetesse americane come la Sexton e la Plath, nei toni confessionali e profondamente legati al genere e alle vicissitudini degli incontri/scontri col giogo e gli abusi del patriarcato i tuoi occhi/addosso alla mia innocenza/ne fanno scempio/senza fatica/è violenza non udita/le tue dita nel mio grembo/codice segreto senza sicurezza.
Ci si può salvare da questo destino? Dopo il peccato, dopo la colpa (una colpa forse originaria, la colpa di essere una donna, la colpa di Eva) si arriva al perdono. E col perdono la liberazione, il riappropriarsi di se stessa e non ti cerco/e il mio nome termina con me.
Il libro inizia con un atto di fede e si conclude con un atto di dolore e dopo averlo recitato finalmente ci si affranca, e si sanguina ma si sanguina per nascere e se sanguino/sanguinerò per partorirmi.
Un’altra novità rispetto alla raccolta precedente, che forse non è esattamente una novità quanto piuttosto una radicalizzazione, una scelta stilistica, è il lavoro sul verso, che diventa ermetico e complesso, con un’architettura linguistica mai scontata, sibillina, metafisica. Somiglia ad alcuni versi della Bre, come di Luzi, questa scrittura a tratti quasi criptica, in cui la bellezza nasce dall’associazione di sintagmi, di immagini, di suoni.
In ultimo vorrei dire qualche parola sulle poesie in dialetto contenute nel libro. Avevo già letto una poesia in dialetto siciliano nella precedente raccolta dell’autrice e adesso, dopo aver letto anche queste, confermo la prima impressione che ebbi. La Giammillaro che scrive in dialetto ha una potenza espressiva ancora maggiore rispetto alla Giammillaro che scrive in italiano corrente. La stessa cosa si può notare in Pierluigi Cappello e in altri autori che non disdegnano la lingua nativa per esprimersi. Le poesie in dialetto possiedono una freschezza sonora e linguistica, una veracità che va veramente oltre le limitazioni cui la lingua italiana standard ci obbliga. Lei riesce con eleganza a trattare il linguaggio natale per raggiungere delle vette di espressività che catturano e ipnotizzano. Un plauso quindi a questo lavoro che contiene le tante anime dell’autrice e che scardina l’assunto per cui la scrittura in dialetto sia meno prestigiosa di quella in italiano. Come diceva Pasolini “La verginità del dialetto, con quanto di equivoco può in essa sussistere, correda subito di una ragione poetica … gli oggetti che semplicemente vengono. Riprendendo un’idea di Coleridge, si potrebbe dire che la poesia dialettale è un paesaggio notturno colpito a un tratto dalla luce.”
Stefania Giammillaro (Messina, 1987). Avvocato. Ha pubblicato: Metamorfosi dei Silenzi, Edas, Messina, 2017, L’Ottava Nota – Sinfonie Poetiche, Ensemble, Roma, 2021 ed Errata Complice, peQuod, 2024.
Dal 2023 cura gli eventi poetico-letterari al Caffè Letterario Volta Pagina di Pisa e fa parte della redazione interna del Lit-blog “Le Finestre de L’Irregolare”, nato da un’idea del poeta, scrittore, critico letterario David La Mantia.
Alcuni suoi inediti sono stati pubblicati sul quotidiano di rilievo nazionale La Repubblica, nella rubrica La Bottega della Poesia, delle sedi di Bari e di Napoli e su diversi Blog quali: LaRosainPiù, VersoLibero, LeParolediFedro, PoetiOggi.