F A R E A N I M A / 1
riflessioni fluide ma non liquefatte, anzi con nativa possanza cinetica, come dice Lao-Tse “nulla eguaglia l’acqua nel vincere la più dura delle pietre”.
E scorrendo fluidamente “fare anima”, stare con Hillman “nel sacro, nel calore psichico, stare dalla parte dei sogni, delle ombre, degli avi, stare dalla parte del daimon, il lato invisibile delle cose”
Da tempo – forse da sempre – non mi interessa la poesia, e nemmeno la prosa, in quanto generi letterari tecnicamente definiti, chiusi in sé stessi, con i loro autori autosufficienti come monadi senza finestre, da collocare in storie letterarie fatalmente occidentali, spesso misogine, con nevrosi da upper class. Quello che mi interessa da sempre, dai miei studi di comparatistica dove facevo interagire i testi letterari con Merleau-Ponty, l’ecologia, il femminismo, è qualcosa che mi viene da definire état de poesie, stato di poesia, termine che nel mio dizionario poetico non è un contenuto, piuttosto una postura, una domanda aperta, un’attitudine a domandare, a restare nel dubbio senza infingimenti. Di questo état de poesie parlavo già nell’editoriale del primo numero di Formafluens Magazine, nel marzo 2009, con la rivista fresca della registrazione al Tribunale Civile – Sezione per la Stampa, proprio in coincidenza con un’altra Giornata Mondiale della Poesia. In un passaggio di quel breve antico editoriale – ora rintracciabile sul sito della rivista, nella sezione “Magazine-First series” – dicevo che «Viaggiando e frequentando lingue e culture diverse, l’immagine della forma fluens [originariamente due parole poi unificate in un logo] è diventata poco a poco il simbolo di un état de poésie, di una poetica vitale che continuamente si nutre degli incontri con l’Altro, o meglio gli Altri, plurali e irriducibili: altre lingue, altre geografie, altri orizzonti, altre religioni, altre storie, in un fluido contenitore che non nasce per costruire la mappa oggettiva di nessun territorio, linguistico o culturale, ma piuttosto nel tentativo di condividere l’esperienza di un luogo insieme preciso e sintetico, mutevole e potenzialmente infinito».
Ora Formafluens Magazine ha tagliato il traguardo del quindicesimo anno di attività, sia pure con molte interruzioni, cambi di formato, tra virtuale e cartaceo, e molti avvicendamenti tra i collaboratori. Ma questa dimensione esperienziale della rivista è rimasta immutata da allora, con la tensione alla condivisione dell’esperienza di incontri, luoghi, lingue. Allora ero più girovaga, soprattutto negli anni in cui ero nel Board dello European Writers Council, andavo nelle nei Festival, nelle Writers’ Houses sparse in Europa, perfino in battelli che navigavano nel Bosforo con a bordo una Babele di lingue, e tornavo con esperienze, racconti, sguardi, oggetti, libri che riempivano le mie valigie, a un certo punto mi ero detta che quello era un patrimonio di esperienza che andava condiviso, ho creato questa rivista con molti corrispondenti esteri, poi col passare del tempo la mia vita è cambiata e anche il mondo è parecchio cambiato, sono diventata più stanziale, e i collaboratori della rivista più italiani, con qualche eccezione. Ma la cosa che mi interessava allora e che mi interessa ancora non è intrattenere relazioni, cittadine, nazionali o internazionali che siano, quanto la postura simbolica del “make kin”, “creare parentele simboliche”, creata dall’antropologa visionaria Donna Haraway nel volume Staying with the Trouble – making kin in the Chthulucene, (Restare nel problema – generare parentele simboliche nel Ch.) pubblicato in Italia con il titolo assai fuorviante di Chthulucene sopravvivere in un pianeta infetto. L’autrice all’inizio del volume mette questa dedica: «A tutti coloro che generano parentele nell’imprevedibilità della parentela». Di solito gli autori dedicano i libri alla mamma, o ai figli, o ai nipoti, o all’amorevole compagna o compagno. Lei no, lo dedica dalla prima all’ultima pagina a delle parentele visionarie, inventate, con espressioni così intricate linguisticamente che le traduttrici hanno faticato non poco, come avevano faticato nel tradurre le “teorie della differenza” di Luce Irigaray dal francese. Questa tensione a generare e coltivare parentele simboliche è il contrario del “familismo” italico tradizionale, e dell’amichettismo che ne è la versione post-moderna, da happy hour. Io ho questo sogno, questa visione, questa tensione a fare della rivista un luogo dove si generano, si scoprono e si condividono parentele strane, impreviste, poetiche nel loro farsi oltre che nei testi condivisi. A volte succede, ieri ero in una chiamata whatsapp con Enisa Bukvic e Ilaria Giovinazzo per il Festival di Poesia a Sarajevo, e quando dopo gli argomenti letterari siamo arrivati a parlare della vita, Enisa ci ha raccontato la fatica di coltivare una terra con alberi da frutta e verdure, facendo la scrittrice e invecchiando, ha detto che vuole vendere la terra ma terrà da parte per noi le ultime conserve di frutta e verdura, e io mentre parlava ho sentito il sapore di quei pomodori nati sulla terra aspra e riarsa dell’entroterra bosniaco – ho avuto occasione di conoscerlo la scorsa estate – e ho sentito che stavamo generando parentele poetiche come non sempre succede nei luoghi deputati della poesia.
La cura, l’attenzione, e la preghiera come orizzonte sacro dell’attenzione – come nell’infinita Simone Weil – sono per me molto più interessanti che l’evoluzione letteraria in senso stretto. Il che non impedisce naturalmente che la rivista accolga continuamente testi con testo a fronte in molte lingue, note di lettura, interviste. Ma sempre con questo slancio, che non tutti gli autori e le autrici sanno o vogliono cogliere, ma a noi bastano poche parentele. Dopo di che, in questa rubrica “Fare anima” ho intenzione di fare interviste, colloqui, incursioni in territori o autori che coltivano la letteratura e la tensione verso altri orizzonti: filosofia, antropologia, botanica, meditazione, teatro, fisica, approcci medici diversi, modalità nuove dell’abitare. Sarà il mio angolino, il mio orto, mentre ovviamente i collaboratori della rivista seguiranno con la massima libertà le strade letterarie che preferiscono, perché generare parentele impreviste significa anche accogliere le differenze.
21 marzo 2025